Io, in mezzo a casini e cose varie

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Stanley Kubrick

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Una settimana fa sono andato a vedere la mostra che raccoglie i cinque anni, dal 45 al 50 di Stanley Kubrick come fotografo. Una selezione in realtà, delle migliaia di foto scattate da quello che sarebbe rimasto un insuperato regista negli anni.

C’è tempo fino al 4 luglio per andarla a vedere, al Palazzo della Ragione, in Piazza dei Mercanti. Una selezione, 300 fotografie. Storie raccolte in pochi scatti, come quella della città degli orfani, il circo, o un Portogallo inedito. Con gli occhi di un uomo che leggeva il suo tempo, e sceglieva magistralmente inquadrature e tempi d’esposizione, per creare ad arte effetti e sensazioni. E’ diverso. Poco tempo fa ho visto una mostra fotografica di un uomo che di mestiere fa il fotografo.

Ed il suo uso dei colori mi ha fatto cambiare idea sulla supremazia del bianco e del nero nel creare pathos. Questa mostra, invece, mi ha fatto tornare sui miei passi. E non si tratta di limiti tecnici del tempo in cui si è trovato ad operare il regista di Odissea nello Spazio. Il colore c’era già, e si poteva ottenere. Nella serie del cellulare della prigione, le linee nette e precise dei personaggi, con la loro mancanza di cromia assegnano stati d’animo e condizioni perentorie ai soggetti ritratti. Come se con un photoshop passassi la spugna, resta solo l’indispensabile. Non è credibile che ci siano rughe, imperfezioni o brufoli sui volti dei due viaggiatori americani in Portogallo, che fanno parte di un’altra delle storie raccontate.

Non c’è polvere nella storia del circo.

Non c’è cenere nella serie di foto che ritraggono alcune ragazze fumare in una delle più prestigiose, liberali, ed antiche università americane. Stanley ha tolto il superfluo. E lo ha fatto grazie ad una complicità con la macchina fotografica, che lo fa letteralmente scomparire dagli occhi dei soggetti ritratti. Anche quando è evidente gli stessi siano stati messi in posa, c’è la quarta parete.

Il teatro e la sua rappresentazione per il pubblico. Il giovane sa come rendere quest’effetto scenico, ed anche come sparire sotto le tavole del palcoscenico, per non ingombrare la visuale agli spettatori messi in platea.

Ho visto praticamente tutto di Stanley. Arancia Meccanica da piccolo ed il suo distillato di odio. Tanto da diventare un paradosso e caricatura di se stessa.

Orizzonti di gloria, dove gli uomini rimpiccioliscono sotto il peso delle loro limitazioni e colpe.

A.I. Un sogno sognato da chi non può, e riportato fedelmente.

Eyes wide shut, tra mistero, doppio gioco e perbenismo.

Il dottor Stranamore, lucido sulla follia della guerra e l’evitabile destino dell’uomo.

Odissea nello spazio. Da vedere e rivedere per cercare di coglierne appieno tutti i significati, con una lucidità usurpata da un computer, ed un istinto di sopravvivenza che travalica regole che sembravano ferree, fino ad una fine onirica.

Barry Lyndon. Dove la morale viene atterrita e la mediocrità incensata.

Shining, un viaggio dentro la mente e oltre le convenzioni.

Lolita, con l’indicibile che si accompagna all’impensabile. Senza diventare morboso, restando ai confini della morale.

Full Metal Jacket, affresco di una guerra combattuta nel cuore degli uomini.

Insomma, un uomo che sapevo mi sarebbe piaciuto. Sapevo che il suo modo di vedere alle cose, di renderle vive e presenti è un misto di coscienza e mestiere, di sensibilità e filtri polarizzanti.

Una mostra da vedere. Prendetevi un’ora, la giusta compagnia, e fatevi un giro.

Difficile restiate delusi.

Scritto da alessio de laurentiis

30 maggio 2010 alle 6:05 PM

Ombre di Guerra

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wwwww

con le fotografie

perchè aiutano a non dimenticare

oltre 84 fotografie e fotografi di guerra. di tute le guerre

nella Rotonda della Besana, Milano

fino a domani, 10 gennaio 2010

in presa diretta dal mio taccuino, dove sono andato scrivendo quello che vedevo:

C’è nelle foto di questa mostra, l’urlo. La vita e la morte, il dolore e l’umiliazione vengono rese e lanciate contro chi le guarda; non tanto dall’utilizzo di tecniche, o apparecchi fotografici professionali. La forza dell’immagine erompe ed esce dal foglio di carta lucida sulla quale è impressa. Se artificio e mestiere rendono più incisivo un lavoro, uno scatto, sono solo una spolverata che rende più brillante uno smeraldo. Ma non lo costruiscono. Il peso e la responsabilità che queste persone portano su di se è enorme. Creare, imporre un attimo. Per consegnarlo ad una storia che sempre più spesso vogliamo dimenticare. Oggi credo di aver capito, di aver sbattuto contro il senso della parola fotogiornalismo. Una assunzione di responsabilità, una presa in carico di attimi, giorni, mesi drammatici. Per dare voce a quelli a cui è stata tolta, e con quella voce urlare al mondo il male che egli stesso ha creato. Non so se servirà mai, l’uomo è per sua natura malvagio. Ma il riportare ed il divulgare questa sua malvagità, non devono mai cessare”.


Scritto da alessio de laurentiis

9 gennaio 2010 alle 5:56 PM

Edward Hopper a Milano

con un commento

Palazzo Reale, un passo dal Duomo. Avete tempo fino al 31 gennaio per andare a vedere questa mostra.

Io ci sono andato, e m’è piaciuta. E adesso ve la racconto un pò.

Partiamo dal presupposto che ero un perito meccanico passato poi al giornalismo passato poi al golf passato poi ad altre cose. Insomma, vale veramente due cents questa mia storia minima della mostra. Ma spero valga abbastanza da mettervi voglia d’andarci.

Dunque, il signore in questione nasce nel 1882 e ci lascia nel 1967.

Passeggiando per la mostra scopri che “Tutto quello che ho voluto sempre fare è dipingere la luce del sole sul lato di una casa”.

Molto vero, e molto esatto. E’ quello che fa bene. Pochi tratti. Cioè, quelli che sembrano pochi tratti. Perchè ad andarci vicino ti rendi conto che il lavoro preparatorio è stato enorme. Non mi entusiasmano i sui acquerelli, credo risenta troppo di una vicinanza con i suoi ispiratori, Degas su tutti. Fisica anche, intendo. Che l’uomo è stato a Parigi per studiare i suoi miti, ma credo sia il più delle volte nocivo arrivare troppo vicino a quello che ti da la direzione. Rischi di restare con le pupille bruciate e non vedere altro che la luce.

Dicevamo prima della divagazione.

A vedere El Station, del 1908 emergono con nettezza le figure del suo tempo. Eteree e vane, vaporose e concrete nello stesso tempo. Conservando comunque una morbidezza nel tratto che si fonde con la luce che bagna i binari.

Voi dovete sapere che io ho scoperto Corto Maltese in Francia, per imparare la lingua locale. Sono rimasto stupefatto di vedere in questa mostra qualcosa che potrebbe tranquillamente uscire da una di quelle tavole.

Il ragazzo e la luna, del 1906

Non sembra quasi di veder arrivare un veliero che suoni una poderosa sveglia al resto della casa addormentata? Netto, ed una chiarezza d’idee che sono tipici della sua formazione artistica. Ché il nostro per sfangare il lunario prima di diventare famoso, e lo diventa sono dopo il 1928, ed intanto si doveva mangiare, fa l’illustratore. Da qui, si spiegano molte cose.

Poi, camminando camminando, arrivi al 1914, con un dipinto che mi ha preso parecchio tempo. Soir Bleu. In questo quadro c’è un’atmosfera di attesa. La schiena congelata del fumatore che da le spalle ai giocatori. Il tutto, il centro, l’azione immobile e sospesa ruota intorno al militare di carriera che ci dà le spalle e che sta scoprendo il suo gioco al clown ed a quello che sembra essere il ritratto vivente di Van Gogh. Anche la cena galante all’altro tavolo vive momenti di sospensione e d’attesa paventando sviluppi. La cameriera è congelata, in attesa che eventi superiori a lei si manifestino. Vedere per credere:

A già, vi stavo dicendo prima che a me non piace il suo periodo parigino. Dal bruco che diventa, o diventerà farfalla perde la definizione e la pulizia che ha raggiunto per gettare nel calderone sfumature ed indefinitezze che in realtà non gli servono, e che infatti verranno poi smussate e lavorate, ripulite fino a portarlo nel suo posto del mondo, il suo tratto che ce lo renderà immediatamente riconoscibile. E’ il suo The wine shop, del 1909 che lo riporta in carreggiata. Immobili figure contrastano il vento che soffiando inclina pioppi e lascia infrangere onde contro i pilastri del ponte, candido, sullo sfondo:

Sono le acquaforti e le puntesecche degli anni venti a dare la misura della capacità di riduzione e rielaborazione grafica raggiunta. Figure umane definite da un solo tratto, senza interruzioni. L’intera scala di grigi elaborata e percorsa, facendo esplodere per contrasto la luce con la sua mancanza, con mezzitoni che piovano e creare ombre e ridotti. The Railroad del 1922 su tutti, ma anche Night Shadows del 1921 o ancora l’ottimo The Lonely House del 1922 anche lui, didascalico ed immaginifico allo stesso tempo

The Railroad

Nightshadows

The Lonely House

Ora, certo, direte voi. Ma i suoi quadri più famosi? Ce ne sono alcuni certo, come il classico Morning Sun, ma non poi molti. Quello che mi è rimasto di questa mostr sono ponti, locomotive, persone che nel suo periodo di maturità artistica vanno incontro alla luce. Come se fossero essi stessi creati di quella luce che cercano e che li trova, inondati.

Forse l’esempio più fulgido di quello che vanamente cerco di dire a parole è  Second Story Sunlight:

Che ritrae questi americani immobili e assorti, nella loro quieta e determinata volontà di conquistare il mondo, nell’organizzare e gestire financo la tinta della loro abbronzatura.

In definitiva, una mostra che seppur mancante di alcuni dei pezzi più rappresentativi ed espliciti, non dirò migliori dell’artista, resta godibilissima. Qui qualcosa per avere una panoramica più completa sulla sua opera, e qui la sua vita.

Beh gente, io vi ho detto la mia, a voi scoprire se ne avete voglia. E come mi ha detto recentemente uno, take care. Alla prossima

Scritto da alessio de laurentiis

8 gennaio 2010 alle 10:51 AM

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