23 Dicembre 2009

Decibel

Sia chiaro. Non leggeteci una presa di posizione politica. Solo considerazioni su come scardinare il sistema mediatico, ed annichilire il pubblico. E’ buffo. Avendole studiate ste cose, vedi i fili che reggono l’ordito e intravedi la trama. E non puoi non stupirti che continuino a funzionare.

Prendiamo un caso X, partiamo dal giorno 1 e diciamo che il volume di una conversazione normale è 100.

Piovono statuette. Giorno uno, notte uno e giorno due volume conversazione 180, 190, con gente che rischia di strapparsi le corde vocali.

Giorno tre, volume 170. Complotti, mani armate, mandanti occulti. E leggi. Leggi a limitare tutto, ché l’apologia di reato è una cosa che la fatina dei denti ha lasciato sotto il cuscino notte scorsa. Prima non sapevamo che fosse,  e fingevamo che politici non ne facessero uso. Il grande mostro blu che fa diventare i nostri anni piombati peggio delle rosse brigate. Il suddetto mostro blu che spiega come farebbe ad un bambino prepotente che lui fornisce solo i mezzi, quello che ci metti dentro, sono fatti tuoi.

Giorno da quattro a dieci. Volumi intorno ai 140. Tutti a parlare di tutto senza sapere niente.

Oggi, addì 23, tra le pieghe leggo che : “Niente leggi speciali, ma i gestori saranno obbligati ad un codice di autoregolamentazione”. Volume, 55, 60, che stavo per chiedergli di parlare più forte.

Che vuol dire?

Vuol dire che se non ci ricordiamo che è necessario avere la memoria lunga, la curiosità di andare oltre i cinque minuti cinque di un servizio televisivo, si arriva al paradosso del “Ministero della Verità”,  dell’impiegato Smith.

Cerchiamo di ricordarcelo. Non si può cavalcare sempre la tigre. Non si può aver sempre ragione. Non si può sempre puntare il dito, contando sul fatto che trascorsi pochi giorni pochi ricorderanno.

IMHO

19 Dicembre 2009

Avvenimenti che non erano tali

Dunque.

Questo è un racconto di una vicenda realmente accaduta. Protagonista inconsapevole il sottoscritto.

Andiamo con ordine.

Giacchè nella mia intelligenza ho cambiato un conto con un altro, adesso ogni volta che devo fare acquisti su internet devo ricaricare la carta. Su un circuito che per brevità chiameremo PT.

Mi reco quindi di buon mattino nel’ufficio PT più vicino al bar dove preventivavo di fare colazione.

Entro, ancora ignaro del fatto che la patina di realtà si sarebbe dissolta una volta varcata la porta, per lasciar spazio ad uno scenario kafkiano.

Tre persone in coda prima di me. Tralasciando il fatto che io sarei titolare e quindi mi toccherebbe una corsia preferenziale, tralasciando il fatto che impiegati ed avventori si esprimevano con uno spiccato accento del sud benchè ci trovassimo nel cuore della Brianza, tralasciando che dei quattro impegati addetti tre sorseggiavano il caffè ed il quarto intratteneva conversazioni meteorilogiche e di natura varia con l’avventore numero uno. Tralasciamo tutto, dicevo.

Entrando incrocio una donna seguita dalle raccomandazioni del direttore dell’ufficio, che le raccomanda di non scordare più il pin della sua carta, altrimenti si sarebbe reso necessario un’altra volta aprire il bancomat per estrarla.

Qui la realtà ha deviato dai suoi binari, per accostarsi alla lucida lama di follia di un sogno sognato da un pazzo.

Avventore numero due, età indefinita, ma studiava alle elementari quando i Savoia erano una giovane monarchia di belle speranze. Sesso femminile, accompagnata da badante/nipote/pia donna. L’avventore numero due chiede di incassare un buono.

Lo srotola, letteralmente, dalla tasca.

Mandato in stampa quando Gutemberg era ancora un giovanotto in cerca di finanziamenti, lo passa sotto il vetro all’impiegato. Costui lo guarda, lo ammira, lo percorre con lo sguardo in tutta la sua notevole bellezza. Poi lo gira.

Altri lunghi pesanti minuti di estatica ammirazione.

Poi torna a girarlo un’altra volta; visto mai fosse cambiato dalla prima occhiata. Sinceratosi che tutto era come lo aveva lasciato, si volta per chiedere lumi.

Intanto, come una folata di vento entra l’uomo che mi ha procurato un brivido lungo la schiena. Chiede se nell’ufficio PT abbiano la scheda pagata per giocare a poker su internet.

Sconforto.

Sconcerto.

Fuggevoli occhiate d’incomprensione e colpevolezza serpeggiano tra gli impiegati bevitori di caffè.

Il nostro estimatore di antiche pergamene procede imperturbabile scartabellando tra fogli ingialliti dal tempo. Lodato sia il caffè. Tra gli impegati due neuroni casualmente s’incontrano e danno una piccola scintilla elettrica.

“Ma quest’uomo vuole la PPay” tuona dall’alto l’altissimo.

Appunto.

Intanto torna dentro la signora del pin. La macchina le ha inghiottito la carta.

Moduli passano di mano fogli, carte e documenti.

Un lapis e tanta concentrazione dopo il giocatore di poker attende fiducioso il suo turno.

Il filatelico in erba intanto sta procedendo, secondo una burocrazia borbonica a restituire alla cliente quanto versato quarti di secolo addietro.

Colpo di scena. La situazione si scalda. La tizia del pin non capisce perchè la macchina non le rende la carta. Esce il direttore, va al bancomat.

Non c’è nessuna carta.

Paralisi.

Ecco le dimensioni che si stringono, il tempo che cigola e la luce assume tonalità verdastre. Non mi stupirei di sentire odore di zolfo.

Una donna, pigola: “Ma io ho due carte qui nel borsellino”.

Gelo.

Dentro e fuori l’ufficio. L’ispettore ricostruirà che la pigolatrice ha ritenuto normale che il bancomat le restituisse una carta di credito prima che lei iniziasse le sue operazioni.

Il filatelico imperturbabile continua a intingere il pennino nel calamaio. Giuro.

Tamburellando tamburellando ho terminato la Ouverture del Dongiovanni di Mozart.

Sto per passare ai Black Sabbath, facendo miei i loro propositi di distruggere il mondo.

Avviene la restituzione della carta mancante, officiata dal pokerista. Che intanto ha trovato un degno compagno di giocate nel tizio subito dietro di lui in coda.

Poi, tutto d’un colpo, il mondo ricomincia a ruotare sul proprio asse.

Prima di me un mite, innocuo pagamento di un bollettino postate. Il mio turno.

Circospetto mi avvicino al banco, temendo non so neanch’io cosa.

Espongo il motivo della mia presenza. La procedura avviene. Rapida. Celere. Eterea.

Esco.

Ho sognato, oppure, sono stato testimone di un momento di contatto tra due universi?

Ai posteri, l’ardua sentenza.

17 Dicembre 2009

Milano, però ti devi decidere

Ciao cara,

torno a scriverti.

Mi sa che uso il femminile, perchè stai dimostrando di essere donna.

Lunatica e affascinante, decisa e poliedrica.

Devi deciderti però. Tra il niente ed il troppo, una via di mezzo la dobbiamo trovare.

Voglio dire. Ti ho corteggiata, questo non lo nego. Ho seminato, cercando di fare breccia nel tuo cuore. Aspettando di poter partire per un viaggio con te.

Ma non avevo idea di dover trovarmi a scegliere io su che treno salire. E non avevo idea che li avresti fatti arrivare tutti insieme in stazione.

Milano, così mi incasini parecchio i pensieri, lo sai?

;)

16 Dicembre 2009

WorkingCapital Milano Primo Round Elevator Pitch

Mattina.

Non Nicola, il blogger, che pure è presente, ma gli elevator pitch in giro per la sala.

Smappo. Di Roberto Cipollini. Integrazione delle tre funzionalità dei concorrenti. Posso dire cosa faccio e dove. Organizzo l’evento. E posso gestire i biglietti virtuali che vengono creati. Ma non ancora pagato. Aspettano un anno, e poi, dopo aver creato la massa, iniziano ad essere rentable. Modello di revenue per il medio periodo.

SosTariffe

Presentazione debole. qua non si sono fatti i compiti a casa. Empatia zero. Non si legge la presentazione mentre la si presenta! Idea discreta, algoritmi e motore di calcolo fatti in casa, si rivolgono a telefonia, internet energia vita assicurazione e viaggi. Puramente personale come impressione, ma debole la presenza scenica. Attegiamento PNL di chiusura.

By the way hanno spostato l’agenda, con solo tre elevator pitch. La tavola rotonda arriva prima.

Bernabè, Mantellini, De Biase Mattina, Dettori, Di Piazza e Boeri.

Bella gente intorno ad un tavolo ( che non c’era ma vabbè, si chiama tavola rotonda pe capisse )

O si, tra l’altro la cosa è stata ripresa video.

A me mi piace De Biase.

Comunque, dicevamo.

Il discorso avrebbe dovuto essere sull’innovazione. Ma siccome, le contingenze stringono, diciamo, s’è passati quasi completamente ad un ragionamento sulla politica. Buono che non sia stato un ragionamento politico.

Bernabè: “Internet è il regno della libertà. Il sistema politico italiano non ha capito ancora che Internet è libertà e innovazione

Tito Boeri: “Spero che, in questo difficile momento, non vengano segnali di riduzione della democrazia dal mondo della politica

Dettori: “La vera innovazione è un’idea che serve a qualcuno o a qualcosa. Non ha senso se non si traduce in qualcosa di concreto” ( Dettori ha esordito dicendo che non avrebbe parlato di politica perchè non gli piace. E non ha fatto praticamente altro. E lo ha fatto molto bene. :)  )

Onestamente, io, il discorso di Gambardella non l’ho mica capito. Dice che chi è fuori dalle logiche produce più idee innovative, ma chi è dentro ne fa quantitativamente di più. Insomma, mi sono un attimo perso. Comunque, su twitter, con l’hastag #wcmi vi ribeccate tutto quanto detto.

Dicevamo

Ha capito parecchio il direttore di Sette, Giuseppe Di Piazza, che, oltre ad aver avuto il mai tanto lodato merito di aver creato il calendario di Max quando era direttore della testata,  ha cercato di porre un problema che MI sta a cuore. Ha fatto l’esempio più fresco e calzante che poteva. Mezz’ora dopo la statuettata sotto il Duomo, c’era online il profilo completo del signore con problemi psichici. Lui, il direttore, dice che quelle sono venti righe d’oro colato. Ha ragione. E sono d’oro colato perchè prodotte da giornalisti, che vagliano, verificano, controllano. In definitiva, spendono soldi, e costano al loro giornale. Ma il loro ritorno è quasi nullo su internet, il regno del copia e incolla ( ha fatto il triste esempio del sunnominato calendario di Max scannerizzato da decine di siti. Comunque, sempre scannerizzato a bassissima risoluzione aggiungerei io ! )

Molto interessante il ragionamento di Mantellini sulla metafora della palla ( che tira fuori, e lo dice a chiare lettere, da word of ends) per definire la comunicazione tra gli utenti, che ha creato un cervello enorme. Che è condannato alla pace ( perdono, non mi sono segnato di chi era questa. Comunque, non farina del mio sacco)

Poi, la tavola è finita. E il mio stomaco chiamava. Ho perso gli interventi del pomeriggio, ma ho salvato i valori della mia glicemia.

12 Dicembre 2009

Fellow competitors

Parole nuove per un problema vecchio come il mondo, by Tiger Woods:

“I am deeply aware of the disappointment and hurt that my infidelity has caused to so many people, most of all my wife and children. I want to say again to everyone that I am profoundly sorry and that I ask forgiveness. It may not be possible to repair the damage I’ve done, but I want to do my best to try.

I would like to ask everyone, including my fans, the good people at my foundation, business partners, the PGA Tour, and my fellow competitors, for their understanding. What’s most important now is that my family has the time, privacy, and safe haven we will need for personal healing.

After much soul searching, I have decided to take an indefinite break from professional golf. I need to focus my attention on being a better husband, father, and person.

Again, I ask for privacy for my family and I am especially grateful for all those who have offered compassion and concern during this difficult period.”

12 Dicembre 2009

Piovono Polpette

Recensione minima di un film da vedere.

Perché in mezzo a rutilanti, eccentriche visionarie avventure, si srotolano le storie di un ragazzo che diventa uomo, il bene contro il male, i soldi contro il potere dell’immaginazione e la buona favola della morale che vince sulle speculazioni.

Stanti tutte queste belle parole, il film è multilevel. Se lo facessi vedere ad un bambino di tre anni resteremmo a ridere insieme per tutto il tempo. Perché le trovate sono geniali, ed una dietro l’altra.

La riscossa del nerd che più nerd non si può, il continuo altalenarsi dell’immagine contro la sostanza della giovane stagista inviata dal canale meteo ( ricorda qualcosa questa storia?).

Il sindaco approfittatore, gli orsacchiotti gommosi che si dimostrano infernali creature. La pioggia di sugo e polpette giganti.

Tutto nasce e cresce con un senso della storia, con un ritmo che è fruibile come dicevo prima, su diversi, articolati livelli.

Non riuscivo a togliermi dalla mente il vertice sull’ambiente che è in corso in questi giorni mentre guardavo il film.  Il bambino di tre anni non sa neanche che ci sia, probabilmente molti altri molto più avanti con l’età, ma questa è un’altra storia.

E’ letteratura dell’assurdo condita con effetti e trovate sceniche. Con colori e musiche da fumetto ridanciano, con una spina dorsale però molto presente e dritta. Non è caso, è venuto fuori da un libro di favole per bambini. Se il gioco è il modo in cui i bambini scoprono il mondo, se la favola è la mitizzazione della realtà, piegata a necessarie ineludibili logiche fantastiche, l’obiettivo qui è centrato in pieno.

Stavo pensando a quanto sarebbe bello a questo punto vedere Esopo in una qualsiasi delle sue storie rappresentato in questa maniera. Fresca. Ma pungente, se sai leggere i sottointesi.

Beh, in realtà stavo pensando anche ad un’altra cosa. Riguarda Zoro e il suo ultimo video. Riguarda gente nuova, fuori dalla politica, che vorrebbe, dovrebbe, potrebbe scardinare sistemi vecchi anche quando si mettono la giacca ( o la sciarpa) nuova. Stavo pensando ad un motore che forse si è già messo in moto, e sta alzando i giri ma non riesce a levare il piede dalla frizione. Stavo pensando o stavo sperando, a voi, a me, la scelta. Stavo pensando che anche se mancino per natura, con il cuore a sinistra, e il sangue rosso nelle vene, non riesco a riconoscermici più tanto in queste bandiere. Stavo pensando perchè le cose vadano ri-fondate. Cioè: se qualcosa è da rifare, forse non andava bene quando è fallita. Forse va cambiato radicalmente il modo di pensare a quella cosa.

Forse.

Comunque. Andatevelo a vedere.Polpette voglio dire.  Vi lascio un’anteprima:

10 Dicembre 2009

Milano

Milano, dobbiamo parlare, io e te.

Milano, io lo so che non sono il primo ad arrivare.

Hai ingoiato treni prima di me. Aerei interi si sono persi tra le tue vie.

Il tuo volto di vetro e pietra grigia è quello che mostri ai nuovi arrivati.

Milano io lo so che c’è un altro volto nascosto dietro le vetrine.

Milano, non siamo qui per scherzare. C’è da iniziare un rapporto, tra me e te.

Io ci metto l’impegno, la mia voglia. A te, chiedo ogni tanto un giorno di sole, quando il lavoro può aspettare e i tempi sono più calmi.

Le tue arterie, di acciaio ed autobus corrono e si muovono tutti i giorni dell’anno.

Sono qui a seguire il tuo ritmo. Sono qui per imparare passi nuovi. Credimi Milano, imparo in fretta. Metti solo una volta il disco, e ti vengo dietro al secondo ascolto.

Sono l’ultimo arrivato, lascia che segua la fila per vedere dove finisce.

Milano, c’è tempo per chiacchiere più approfondite. Ora, tra una metropolitana che passa e un ghisa che fa le multe, capisco che hai da fare.

Ci vediamo per un aperitivo.

Alessio.

29 Novembre 2009

Buongiorno

Uiguri

E dissidenza. Visti da Patty

 

25 Novembre 2009

In questo post NON si parlerà di rugby

Perchè, mi sono rotto.

Tutti questi scienziati della palla ovale che vengono fuori a dirti che loro seguivano le partite Tonga-Polinesia nascosti sotto le coperte perchè il padre non voleva e li costringevano ad andare a tirare mazzate ai tifosi dell’Aci Trezza in trasferta a Peccia.

Che loro lo sanno, il rugby, si si, correttissimo, poi guarda. Il terzo tempo, tutti amici, tutti fratelli. Ehh, io so a memoria le formazioni di Bora Bora dal 45 al 73 che ti credi. Mica come il calcio. No no, quello è uno stile di vita.

Mi sono rotto. Sarà che stamattina, visto che il caffè era finito mi sono trovato incredulo ad ascoltare una conversazione da bar tenuta da una distinta signora che spiegava le 4572 regole del rugby ad un altro tizio che ripeteva le solite quattro frasi di circostanza ( 1: E ma gli All Blacks… 2: Quanto rispetto c’è per il gioco  3: Poi i tifosi, correttissimi… 4: Certo che se anche qui da noi si cominciasse a giocare…)

Sarà che senza caffè non sono neanche vivo, ma stavo per rimettere.

Quindi oggi si parla di un ragazzino che se ne è andato in giro per undici giorni nella metropolitana di NYC , perchè scappava da un brutto voto a scuola e conseguente cazziatone materno, trasformatosi dopo la latitanza in abbracci e perdono.

Se tanto mi da tanto, dopo i miei brillanti risultati in matematica, avrei dovuto imbarcarmi su quel famoso cargo battente bandiera libanese. Ma il ragazzo è malato, c’ha la sindrome di Asperger e le anime belle gridano già allo scandalo di questa città che fagocita, chiama urla dimentica. Mi sono venute in mente due cose leggendo. La prima, è Penelope va alla Guerra, della Fallaci. Qua il link è superato, c’è da leggere il libro. La seconda è il flaneur ( lo so che ci vuole un accento particolare, ma non mi va di starlo a cercare sulla tastiera ) di Baudelaire. Sta storia di un uomo che non fa altro che vagabondare da un posto all’altro.

Ma in realtà io volevo anche parlare del Marchè du Midi . Dove la domenica, per chi ha voglia, muscoli e determinazione, si fa la spesa a Brussels. Io ci ho pranzato e basta . Crepes dolce con feta e miele, innaffiata da thè alla menta.  Se un giorno qualcuno mi chiede di puntare il dito ed indicare su una carta dove c’è il melting pot, il lo ficco sul punto che indica il mercato . Non c’erano due tizi che parlassero la stessa lingua, ma tra sorrisi e gesti universali, le cose scorrevano lisce che neanche tra due innamorati alla prima passeggiata. Certo, urlavano un pò. Ma è il tocco mediterraneo che ci sta in una città dove se esci senza ombrello fai una scommessa azzardata, e se esci con, ti trovi a portarti in giro un bastone inutile tutta la giornata. Da qualche parte ci sono le foto, c’ho le prove.

A si. Ci sono circa altre 15mila cose da raccontare . Tipo la nebbia che degli irti colli ecc ecc, le cose da correre a Milano, istanti preziosi e giorni a vuoto. Ma alla fine che vuoi, giochi con le carte che hai .

Dicono che la vita è un fiume. Forse è un mare, tipo quello di Nazim:

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.

Si chiama Arrivederci fratello mare, ed è nata a Varna nel 1951, per fare un pò più grande il mondo.

Restate collegati . Qui Radio Londra

19 Ottobre 2009

Lasciando Firenze

E così, dopo averci passato anni, lascio Firenze.

Dopo una laurea che non era in programma, dopo aver scoperto cose che non avrei creduto, lascio.

E’ una storia lunga cinque anni, iniziata una mattina con dei cornetti caldi.

Regalo per le mie prime coinquiline. Poi è diventata corse sul Lungarno, pranzi alle quattro del pomeriggio, cene rimediate in giro.

Pioggia in bici, dormire sotto un pianoforte, dare esami come un matto.

Marisa sul passo del Muraglione che non ce la fa più e mi costringe ad accorgermi, una volta sceso dal cavalletto, del posto e del panorama che stavo perdendo.

Firenze è poi diventata Parigi, ed è stato come sognare per sei mesi di seguito. La vita. Firenze è stata il golf, il giornale, le partite.

Marisa sparita, ed ancora la piango. Firenze è stata lezioni, Firenze è stata lavoro.

Firenze è stata l’amore. Ma questa è una cosa da grandi.

Firenze del teatro, Firenze del cinema.

Firenze del Comunale e di un ruhm e torta nell’intervallo.

Firenze è stata un angolo caldo quando fuori era freddo. Firenze del Porto e dei libri, Firenze delle parole dette sottovoce.

Firenze è stata i cornetti del Querci e la terrazza della Rinascente. Firenze è stata la musica.

Firenze è stata mille pagine di un diario che si andava scrivendo da solo.

Firenze e partire.

Firenze d’estate, con le mosche a mangiarmi vivo e il respiro di una città vuota. Firenze è stato piangere a volte. Firenze mi ha dato il David, che mi ha sempre detto da che parte andare.

Firenze mi ha dato due lauree, un tesserino da giornalista, e un amore.

Io ho dato a Firenze tutto quello che avevo. Ho mischiato me e lei in una spirale dove era difficile trovare i confini. Firenze delle piazze di notte. Firenze delle corse in taxi quando fuori non c’è nessuno. Firenze di notte, Firenze che si sveglia e Firenze che poco prima di addormentarsi mi regala un sogno in arancione, con i suoi raggi obliqui tra le vie del centro.

Firenze è stata molto più di tutto questo. Firenze è arrivata quando ero già grande. Milano, è una scommessa che non posso permettermi di perdere.

Sapendo, che lascio qui a Firenze qualcosa che avrebbe potuto cambiare la mia vita.

Ma questo è. Un fiume.

C’è un altro cielo che attende.

Che sia Milano, l’altro capo del mondo o ovunque. Non so.

Adesso, è necessario compiere questo passo.