Dunque.
Questo è un racconto di una vicenda realmente accaduta. Protagonista inconsapevole il sottoscritto.
Andiamo con ordine.

Giacchè nella mia intelligenza ho cambiato un conto con un altro, adesso ogni volta che devo fare acquisti su internet devo ricaricare la carta. Su un circuito che per brevità chiameremo PT.
Mi reco quindi di buon mattino nel’ufficio PT più vicino al bar dove preventivavo di fare colazione.
Entro, ancora ignaro del fatto che la patina di realtà si sarebbe dissolta una volta varcata la porta, per lasciar spazio ad uno scenario kafkiano.
Tre persone in coda prima di me. Tralasciando il fatto che io sarei titolare e quindi mi toccherebbe una corsia preferenziale, tralasciando il fatto che impiegati ed avventori si esprimevano con uno spiccato accento del sud benchè ci trovassimo nel cuore della Brianza, tralasciando che dei quattro impegati addetti tre sorseggiavano il caffè ed il quarto intratteneva conversazioni meteorilogiche e di natura varia con l’avventore numero uno. Tralasciamo tutto, dicevo.
Entrando incrocio una donna seguita dalle raccomandazioni del direttore dell’ufficio, che le raccomanda di non scordare più il pin della sua carta, altrimenti si sarebbe reso necessario un’altra volta aprire il bancomat per estrarla.
Qui la realtà ha deviato dai suoi binari, per accostarsi alla lucida lama di follia di un sogno sognato da un pazzo.
Avventore numero due, età indefinita, ma studiava alle elementari quando i Savoia erano una giovane monarchia di belle speranze. Sesso femminile, accompagnata da badante/nipote/pia donna. L’avventore numero due chiede di incassare un buono.
Lo srotola, letteralmente, dalla tasca.
Mandato in stampa quando Gutemberg era ancora un giovanotto in cerca di finanziamenti, lo passa sotto il vetro all’impiegato. Costui lo guarda, lo ammira, lo percorre con lo sguardo in tutta la sua notevole bellezza. Poi lo gira.
Altri lunghi pesanti minuti di estatica ammirazione.
Poi torna a girarlo un’altra volta; visto mai fosse cambiato dalla prima occhiata. Sinceratosi che tutto era come lo aveva lasciato, si volta per chiedere lumi.
Intanto, come una folata di vento entra l’uomo che mi ha procurato un brivido lungo la schiena. Chiede se nell’ufficio PT abbiano la scheda pagata per giocare a poker su internet.
Sconforto.
Sconcerto.
Fuggevoli occhiate d’incomprensione e colpevolezza serpeggiano tra gli impiegati bevitori di caffè.
Il nostro estimatore di antiche pergamene procede imperturbabile scartabellando tra fogli ingialliti dal tempo. Lodato sia il caffè. Tra gli impegati due neuroni casualmente s’incontrano e danno una piccola scintilla elettrica.
“Ma quest’uomo vuole la PPay” tuona dall’alto l’altissimo.
Appunto.
Intanto torna dentro la signora del pin. La macchina le ha inghiottito la carta.
Moduli passano di mano fogli, carte e documenti.
Un lapis e tanta concentrazione dopo il giocatore di poker attende fiducioso il suo turno.
Il filatelico in erba intanto sta procedendo, secondo una burocrazia borbonica a restituire alla cliente quanto versato quarti di secolo addietro.
Colpo di scena. La situazione si scalda. La tizia del pin non capisce perchè la macchina non le rende la carta. Esce il direttore, va al bancomat.
Non c’è nessuna carta.
Paralisi.
Ecco le dimensioni che si stringono, il tempo che cigola e la luce assume tonalità verdastre. Non mi stupirei di sentire odore di zolfo.
Una donna, pigola: “Ma io ho due carte qui nel borsellino”.
Gelo.
Dentro e fuori l’ufficio. L’ispettore ricostruirà che la pigolatrice ha ritenuto normale che il bancomat le restituisse una carta di credito prima che lei iniziasse le sue operazioni.
Il filatelico imperturbabile continua a intingere il pennino nel calamaio. Giuro.
Tamburellando tamburellando ho terminato la Ouverture del Dongiovanni di Mozart.
Sto per passare ai Black Sabbath, facendo miei i loro propositi di distruggere il mondo.
Avviene la restituzione della carta mancante, officiata dal pokerista. Che intanto ha trovato un degno compagno di giocate nel tizio subito dietro di lui in coda.
Poi, tutto d’un colpo, il mondo ricomincia a ruotare sul proprio asse.
Prima di me un mite, innocuo pagamento di un bollettino postate. Il mio turno.
Circospetto mi avvicino al banco, temendo non so neanch’io cosa.
Espongo il motivo della mia presenza. La procedura avviene. Rapida. Celere. Eterea.
Esco.
Ho sognato, oppure, sono stato testimone di un momento di contatto tra due universi?
Ai posteri, l’ardua sentenza.